LA POLITICA AL SERVIZIO DELLA PERSONA E DELLA COMUNITÀ

26 Dal 1944 al servizio della Scuola L’astensione dei cattolici (astensionismo) quindi, ispirata originariamente a ragioni di convenienza politica, diveniva obbligo di coscienza. L’astensione tuttavia era ristretta alle elezioni politiche, in quanto a quelle amministrative fu sempre tacitamente consentita la partecipazione. “ Essa era giustificata dalla possibilità di agire efficacemente sulle Amministrazioni locali, dalla necessità di difendere gli interessi religiosi e in ultima analisi, da quella stessa distinzione tra Società e Stato che stava alla base della posizione intransigente e che, se impediva ai Cattolici di rendersi corresponsabili di quelli che erano gli abusi e le malefatte del potere centrale, non impediva loro però di portare il proprio contributo alla buona amministrazione degli Enti locali”. Gli intransigenti giustificavano sul piano ideologico la loro posizione assumendosi come proprio compito la difesa del “paese reale” ed astenendosi dal collaborare con il “paese legale”, cioè quello liberale, rappresentato in Parlamento con suffragio ristretto e con scarsa partecipazione elettorale. I limiti censitari ed oligarchici del suffragio, infatti facevano sì che il voto popolare fosse alquanto limitato. La giustificazione ideologica dell’intransigentismo può anche essere vista nella prospettiva storica come la tradizionale contrapposizione dei Comuni allo Stato, l’antica antitesi guelfa tra potere centrale e autonomia locale, la ininterrotta difesa dei vescovadi per le franchigie municipali. L’astensionismo, infine, sul piano pratico sembrava altresì essere giustificato dall’attesa di un futuro prossimo crollo del nuovo Stato ritenuto ingiusto e corrotto. L’organizzazione degli intransigenti fu soprattutto l’Opera dei Congressi e dei comitati cattolici fondata nel 1875 che ebbe carattere nazionale e svolse con alterne vicende e per circa un trentennio il compito di coordinamento e di guida delle molteplici iniziative locali. L’atteggiamento intransigente fu visto in senso reazionario come una presa di posizione contro l’unità d’Italia con Roma capitale, ed in effetti occorre rilevare che esso era ancorato ad un assurdo sogno di ritorno al passato, ad un ideale cioè di rapporto fra società religiosa e società civile che non salvava la necessaria distinzione fra le due sfere e non era più consono alla nuova realtà storica. Va dato tuttavia atto alla polemica intransigente di aver colto il limite fondamentale del nuovo ordine e dello Stato creato dalla rivoluzione liberale, quello cioè di essere fondato su un angusto individualismo che misconosceva ogni corpo sociale intermedio tra l’individuo e lo Stato (Comuni, Provincie, Associazioni e Corporazioni professionali), ed ancor più ogni corpo sociale distinto ed autonomo dallo Stato ( Associazioni a fini religiosi) e legittimava perciò l’assoluta sovranità dello Stato detenuta in realtà da un ben ristretto gruppo dirigente, autoreferenziale e chiuso ad ogni possibilità di ricambio. La fine del pontificato di Pio IX e gli inizi di quello di Leone XIII (1878-1903) videro il diffondersi di polemiche di intonazione sociale, rivolte alla classe dirigente liberale, accusata di affamare il popolo, specie quello del Meridione. La difesa delle plebi sfruttate, benché non mancasse il motivo evangelico della solidarietà umana e della giustizia sociale, veniva utilizzata come strumento di opposizione al governo liberale, sulla linea dell’intransigentismo. Questo motivo di polemica fu fatto proprio in modo particolare da Don Davide Albertario, il quale condusse violente battaglie giornalistiche sostenendo un rinnovamento della società realizzato dal popolo e guidato dalla Chiesa. Nel frattempo, però fra le masse popolari e specialmente tra quelle operaie del Nord si andavano diffondendo le idee socialiste. Lo sviluppo della grande industria, il concentramento della ricchezza nei monopoli della nuova borghesia, la presa di coscienza delle classi proletarie inglesi attraverso l’opera delle Trades Unions, mettevano in evidenza una struttura sociale superata presentando alla ribalta della storia la nuova classe del proletariato. D’altro canto, le soluzioni proposte da Marx apparivano del tutto inconciliabili con i principi cristiani, mentre la questione sociale si presentava sempre più grave ed impossibile a risolversi solo con lo spirito di carità e di assistenza di tipo tradizionale. È in questo clima che va compresa l’evoluzione in senso sociale dei Cattolici espressa dalla Rerum Novarum di Leone XIII (1891) e teorizzata da Giuseppe Toniolo. L’enciclica cercava di risolvere i problemi sociali prospettando la collaborazione fattiva dei lavoratori e degli imprenditori al posto della lotta di classe. In essa poi si richiamava l’esigenza di una maggiore equità nei rapporti di lavoro, si

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