LA POLITICA AL SERVIZIO DELLA PERSONA E DELLA COMUNITÀ

25 Dal 1944 al servizio della Scuola I CATTOLICI E LA POLITICA Pierangelo Coltelli Il pensiero ed il movimento cattolico in Italia prima del sorgere del Partito Popolare Italiano. È con il fallimento del mito neoguelfo e del pensiero di Vincenzo Gioberti che si determinò un atteggiamento di distacco di gran parte dei cattolici, sia nei confronti del processo di unificazione dell’Italia, che andava attuandosi per opera dei liberali e delle correnti democratiche repubblicane, sia di fronte alle nuove idee derivate dalla Rivoluzione francese. Le fiduciose speranze, alimentate dal Primato morale e civile degli italiani di Gioberti, furono, infatti, infrante nel 1848 quando Pio IX (1846-1878) dichiarò che mai sarebbe entrato in guerra contro uno stato cattolico quale l’Austria. Fu allora che prevalse quell’atteggiamento chiamato intransigentismo, particolarmente sentito in Piemonte. Nel Regno di Sardegna, infatti, lo Stato si andava gradualmente laicizzando, privando la Chiesa di secolari privilegi, senza previo accordo con la Santa Sede (Leggi Siccardi 1850). Ne erano seguite condanne da parte di questa, reazioni del clero, controreazioni dello Stato, culminate con l’allontanamento “Manu militari” dalla sua sede dell’Arcivescovo di Torino Mons. L. Franzoni che, fino alla morte, continuò a governare la diocesi da Lione. E fu proprio attraverso “L’Armonia”, giornale piemontese, organo degli intransigenti o “clericali” come venivano chiamati in senso dispregiativo, che da Don G. Margotti, venne lanciata la proposta “né eletti, né elettori” giustificandola con il contesto storico in cui venivano ad agire i cattolici. “Dapprima la lotta elettorale verte oggi tra Camillo Cavour e Giuseppe Garibaldi, tra coloro che combattono il Papa con la ipocrisia e coloro che vogliono combatterlo apertamente con l’empietà e la demagogia. E noi diciamo “né l’uno né l’altro”, son tutti della stessa buccia: e ci asterremo. In secondo luogo, quando noi pigliammo parte alle elezioni ed in molti luoghi riportammo la vittoria, ci chiamammo addosso ogni maniera di vessazioni, e l’opera nostra andò in fumo. Dunque, questa volta non vogliamo fare cosa inutile e ci asteniamo. In terzo luogo, per eleggere ci vuole piena libertà ed il piglio dei giornalisti ed il contegno della rivoluzione e le lezioni dell’esperienza ci dicono che non saremo pienamente liberi: epperò ci asterremo”. Negli anni immediatamente successivi all’Unificazione si consolidò l’idea dell’astensione in politica e si assistette ad un ulteriore rafforzarsi delle posizioni degli intransigenti che conobbero un momento di trionfo con la pubblicazione del “Sillabo” (1864). La condanna del “Sillabo” agli “errori del secolo” ebbe gravi conseguenze; costituì “la base di tutto l’attivismo cattolico nell’ultimo trentennio del secolo XIX°. I temi della polemica clericale particolarmente in Italia, derivano tutti da quella solenne pronuncia che stabiliva un varco insuperabile tra la concezione cattolica della vita e quella razionalistica e liberale”. Ne derivò che quegli stessi anni videro entrare in crisi la tendenza cattolica moderata, denominata dei “transigenti” il cui motto era: “Cattolici con il Papa e liberali con lo Stato” secondo la formula della “Rivista universale” di Genova che sosteneva tale indirizzo. L’inconciliabilità tra cattolicesimo e liberalismo era, di contro, duramente sostenuta da “La Civiltà cattolica”, massimo organo dell’intransigentismo, i cui collaboratori, i PP. Gesuiti, furono implacabili nel combattere sul piano ideologico, una lotta senza quartiere al liberalismo e alle sue molteplici manifestazioni. Gli avvenimenti del 1870, con la presa di Roma ai danni dello Stato pontificio, non fecero che esasperare la posizione intransigente, ulteriormente ribadita dalle definizioni del Concilio Vaticano I nello stesso anno. Nel 1871 la Sacra Penitenzieria a coloro che chiedevano se per i cattolici fosse conveniente, nel nuovo clima storico, partecipare alle elezioni politiche, fece propria la proposta di Don Margotti e rispose: “non conveniente: non expedit”. A tale decisione nel 1874 venne data conferma ufficiale da Pio IX. Nell’86, infine, per porre termine alle ricorrenti polemiche, il Sant’Ufficio chiarì che il “non expedit prohibitionem importat”.

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