13 Dal 1944 al servizio della Scuola monarchia in uno Stato di proprietari, legati da un rapporto personale di subordinazione verso il sovrano che aveva donato loro la terra e, con essa, l’autorità. Privato della proprietà terriera, il re conservava su questa solamente una sovranità nominale, mentre era vero e proprio sovrano in tutti quei territori rimasti sotto il suo dominio. Lo Stato feudale, quindi, si presentava come uno Stato composito in cui ciascun signore era sottoposto al sovrano che lo aveva investito. Al sommo della gerarchia medievale stavano i due poteri universali, papa e imperatore (derivando la sua dignitas, quest’ultimo, direttamente o indirettamente per mezzo del papato, da Dio), anche se la subordinazione gerarchica fu presto respinta dalle maggiori potenze secondo il principio ‘rex in regno suo est imperator’. L’autorità monarchica assunse, nel Medioevo, carattere religioso non solo nella teoria politica, ma anche nella coscienza popolare; il diritto divino dei re, tuttavia, si affermò solo alle soglie dell’età moderna, contribuendo al passaggio dalla monarchia elettiva a quella ereditaria. Il principio dell’ereditarietà si stabilì in Francia con la Legge salica, in Spagna con la Ley de las siete partidas. Contro la reazione dell’aristocrazia feudale e il particolarismo autonomistico delle città, sul finire del Medioevo la monarchia impersonò interessi più vasti, quasi nazionali e, in alcuni casi, avviò quel processo di riorganizzazione economica, militare, burocratica e amministrativa che segna l’origine dello Stato moderno. In questa prospettiva il re si considerava padrone assoluto dello Stato (assolutismo); gli organi rappresentativi furono sostituiti dalla organizzazione burocratica. Si ebbe un’organizzazione accentrata per ogni potere (tributario, giudiziario, militare ecc.); il Consiglio privato si ridusse a organo consultivo e i Parlamenti si limitarono a una funzione di rappresentanza. La società feudale da organismo politico si trasformò in società di proprietari privilegiati. Diverso svolgimento si ebbe in Inghilterra, dove la monarchia, concedendo la Magna Charta (1215),fin dal 13° sec. dovette venire a patti con l’aristocrazia, che per lungo tempo lottò contro ogni tentativodi allargare la potestà regia. Nel 1264 si aggiunsero ai rappresentanti del clero e dei nobili anche quelli delle città e dei borghi e si instaurò quindi un problema generale di rappresentanza, non più limitata alla sola determinazione dei tributi. Eta’ Moderna Nel 1500 il termine politica viene rivisto anche da Machiavelli che con il suo trattato Il principe, la analizza e ne identifica una nuova formulazione, distinguendo da un'etica civile un'etica statuale, in quanto tale più alta e differente, un'etica del governo di un'entità territoriale e di una comunità umana, quale superiore attore distinto dalle esigenze di ogni singolo uomo o gruppo di uomini della comunità stessa. Egli inventa così il termine "Ragion di stato", che però manterrà sempre ben separato dal termine politica, la cui accezione per Machiavelli rimarrà in totale positiva, (la frase "il fine giustifica i mezzi" è stata falsamente attribuita al Machiavelli). Machiavelli intendeva dare alla politica un'autonomia che il Clero dell'epoca non era disposto a concedere. Verrà censurato dai suoi contemporanei e criticato in tutta Europa per le sue dichiarazioni. Stessa sorte toccherà un secolo dopo a Thomas Hobbes filosofo inglese, che pur avendo riconosciuto la migliore forma di governo nel Sovrano assoluto considerava la sua funzione derivante non dalla volontà divina (come stabiliva la tradizione) ma da un patto originario tra uomini liberi. Al contrario di Hobbes, John Locke non solo non vedeva nell'attribuzione al sovrano di tutti i poteri la soluzione alla conflittualità della società ma anzi formulò l'idea che il sovrano doveva rispettare i diritti fondamentali come la proprietà privata. Fondamentale è nella storia del pensiero politico l'opera di Montesquieu "L'ésprit des lois" (Lo spirito delle leggi) dove viene formulata la distinzione dei poteri come principio base per evitare la tirannide. Anche Montesquieu esamina i vari tipi di governo, per concludere che la monarchia costituzionale resta la forma migliore, perché la classe nobiliare in generale è meno corruttibile, in quanto vincolata al principio dell'onore. Nel corso del XVI/XVII sec. mentre in Francia proseguiva la costruzione di un potere statale
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