LA POLITICA AL SERVIZIO DELLA PERSONA E DELLA COMUNITÀ

LA POLITICA AL SERVIZIO DELLA PERSONA E DELLA COMUNITÀ Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alle prossime generazioni. Alcide De Gasperi Dal 1944 al servizio della Scuola

2 Dal 1944 al servizio della Scuola INDICE PREMESSA Rosalba Candela Giacomo Timpanaro pag. 5 GENESI DELLA RICERCA • Le ideologie politiche nel tempo • Definizione di ideologia • Definizione di politica STORIA DELLA POLITICA STORIA DELLE IDEOLOGIE POLITICHE IDEOLOGIE MODERNE PIÙ DIFFUSE OGGI AL MONDO IN ITALIA: LE IDEOLOGIE VERSUS I PARTITI I PARTITI POLITICI IN ITALIA Rosaria Picozzi pag. 7 pag. 11 pag. 16 pag. 20 pag. 22 pag. 23 I CATTOLICI E LA POLITICA • Il pensiero ed il movimento cattolico in Italia prima del sorgere del Partito Popolare Italiano • Don Luigi Sturzo: l’impegno pubblico e amministrativo. I primi progetti politici • Il Partito Popolare Italiano: dal Congresso di Bologna alla marcia su Roma • L’Appello ai “liberi e forti” • Programma del Partito Popolare Italiano • L’opposizione al fascismo e la soppressione delle libertà • Il lungo esilio di don Sturzo e le sue profetiche intuizioni per una nuova Europa • Il rientro in Italia di don Sturzo e il suo contributo per lo sviluppo della neonata democrazia • L’eredità del popolarismo sturziano • L’attualità del pensiero politico di Luigi Sturzo: alcune significative considerazioni • I cattolici e la politica oggi. Pierangelo Coltelli pag. 25

3 Dal 1944 al servizio della Scuola LA DESTRA E LA SINISTRA • Perché si chiamano Destra e Sinistra? LA DESTRA • I partiti della destra in Italia nel tempo • I partiti della destra in Italia oggi LA SINISTRA • I partiti della sinistra in Italia nel tempo • I partiti della sinistra in Italia oggi • Gli eterni problemi della sinistra italiana Elena Fazi pag. 52 pag. 52 pag. 54 POLITICA E NUOVE TECNOLOGIE: L’evoluzione del “fare politica” dai manifesti ai tweet. • Rapida storia della propaganda politica • Il messaggio del medium • Media caldi e media freddi • Politica, Tweet e Consenso • Oggi la politica si fa sul web • Notizie fasulle, “like” a pagamento • Marketing elettorale sul web • Caccia all’elettore sul web • I rischi della “social media politics” ISTRUZIONI PER L’USO: Il profilo social di un personaggio politico SETTE COMANDAMENTI DELLA COMUNICAZIONE POLITICA SUI SOCIAL NET WORK Elena Fazi Marialuisa Lagani pag. 60 Pag. 67 Pag. 68

4 Dal 1944 al servizio della Scuola RIVISTA - LA SCUOLA E L’UOMO – UCIIM (1946-1967) FOCUS SUL PENSIERO POLITICO DI GESUALDO NOSENGO di Valerio Valenti INDICE LA POLITICA • Maggio 1955 Valori comunitari • Novembre 1955 Un capitale da conservare • Giugno 1956 Democrazia sostanziale • Giugno 1960 Formule liberali e formule sociali cristiane • Luglio 1960 I giovani non sono senza ideali • Agosto-Settembre 1960 Necessità dell’Europa • Maggio 1963 Educare: compito urgente dell’ora • Ottobre 1965 Per un uomo nuovo • Novembre 1967 I valori della vita associativa pag. 70 LA POLITICA SCOLASTICA • Novembre 1946 In difesa della libertà di tutte le scuole • Dicembre 1946 La funzione sociale della scuola • Febbraio 1951 La scuola, la riforma e la comunità nazionale • Maggio 1957 Capaci e meritevoli • Giugno 1957 Politica scolastica organica e graduale • Gennaio 1958 Il valore dell’uomo e l’impegno personale • Febbraio 1959 La scuola attende • Novembre 1959 Una politica scolastica a livello scientifico • Dicembre 1960 Una politica della gioventù • Novembre 1964 Strutture scolastiche e persona umana • Marzo 1965 Tempo di politica scolastica • Agosto-Settembre 1965 Il cristiano e le strutture pag. 74 LA REPUBBLICA • Giugno 1946 Nuovi doveri pag. 78 LA DEMOCRAZIA • Giugno 1952 Legge e educazione • Maggio-Giugno 1953 Il nostro programma di politica scolastica • Agosto-Settembre 1958 Cultura e democrazia • Maggio 1960 Non perdere altro tempo e non provocare sfiducia negli ordinamenti democratici • Febbraio 1965 Tra l’educazione e la catastrofe pag. 79 RUOLO E FUNZIONE DELL’UCIIM (rapportato alla politica) • Maggio 1947 Il nostro impegno • Luglio 1947 Democrazia • Marzo 1950 Una politica scolastica • Febbraio 1954 Presenza politica e sociale dell’UCIIM • Giugno 1954 Per la libertà di oggi e di domani • Novembre 1961 Dovere comunitario • Maggio 1964 Il criterio per un esame oggettivo pag. 81

5 Dal 1944 al servizio della Scuola PREMESSA L’UCIIM è nata come Unione al servizio: • della persona, • della comunità, • della società, • dello Stato, • dell’umanità. Rosalba Candela Giacomo Timpanaro Il servizio si può espletare con diverse dimensioni, strettamente interagenti, tra le principali evidenziamo l’educazione, la formazione, l’istruzione, la consulenza, la produzione, la ricerca, la progettazione, la politica. Il servizio si deve sempre basare sulla cultura, intesa in senso antropologico, sui valori, sulla spiritualità, fondati sulla trascendenza. L’UCIIM ha svolto sempre un’attività politica in sinergia con le altre dimensioni e sempre nell’idea di servizio finalizzato al miglioramento personale e comunitario, differenziando sempre la visione politica da quella partitica. La politica può essere partecipata, diretta, di tramite. Partecipata, il popolo che decide quali principi, idee, proposte, iniziative politiche privilegiare e chi eleggere per farsi rappresentare. Diretta, quella esplicitata dal politico che viene eletto in parlamento, che deve sempre tenere presente che è un rappresentante del popolo che lo ha eletto. Di tramite, esperti che sono al servizio dello Stato, mettendo a disposizione le loro competenze secondo i valori costituzionali. Tutti dobbiamo esser educati alla vita personale e sociale, alla democrazia, a scegliere ed agire in modo politicamente corretto, secondo valori, spiritualità e ricaduta positiva, bandendo sempre il tornaconto personale, il facile guadagno, la prevalenza della dimensione egoistica, la corruzione, la frode, il privilegiare il mio vantaggio su quello degli altri, il sopruso. Il ruolo della scuola, della famiglia e della società è determinante nell’educazione alla vita personale, sociale, democratica, alla dimensione politica, Nell’epoca dei media bisogna educare all’uso consapevole, responsabile, critico, finalizzato della multimedialità. Si educa con la valorizzazione della dimensione storica positiva, la storia, magistra vitae, con un costante esercizio costruttivo del fare politica, con la vita quotidiana familiare, scolastica e sociale, con l’esempio e con la testimonianza. Ricordiamoci che come siamo persone siamo cittadini, lavoratori, genitori, politici. L’esercizio continuo del fare politica si deve realizzare principalmente a scuola, con esempi ed attività di politica, diretta e indiretta, con la testimonianza, con la valorizzazione, con l’interiorizzazione e con l’applicazione dei propri diritti e doveri generali e politici. La nostra Costituzione ci insegna in modo mirabile questi valori. Bisogna educare a vivere interiorizzando i valori generali e costituzionali.

6 Dal 1944 al servizio della Scuola Non basta conoscere i valori, è indispensabile interiorizzarli per vivere secondo valori. La scuola è vita, ma una vita in cui gli alunni sono protetti dagli insegnanti, che non devono mai sostituirsi agli allievi, ma essere sempre presenti ed agire in modo intenzionale per la piena attuazione delle loro potenzialità. La scuola insegna a vivere, ma è vita essa stessa, è continuo esercizio di diritti e di doveri. La scuola è vita personale, sociale, comunitaria. L’educazione scolastica è basilare per una positiva azione politica. Un ruolo determinate ha anche la famiglia che deve essere sempre esempio positivo, testimonianza di cultura, valori, spiritualità, trascendenza. Fondamentali sono la sinergia, la cooperazione, la condivisione e la corresponsabilità tra scuola e famiglia. Essere educatori è molto complesso, perché bisogna essere sempre presenti a sé stessi, attenti, saper leggere la realtà per dare positive risposte, si educa sempre con il positivo, si deve ponderare ogni decisione, si deve essere testimoni. La società deve mettere in atto tutte le strategie e le determinazioni che devono mirare a realizzare in ogni persona visioni e azioni politiche finalizzate al bene personale e comunitario. Dobbiamo costruire, anche tramite la politica umanizzata ed umanizzante, una nuova società nella quale le nuove generazioni, personalmente e insieme, possano volare con coscienza, responsabilità, libertà, rispetto, fiducia, deontologia, cultura, professionalità e spirito critico sempre più in alto in un universo comunitario, proiettati verso la trascendenza.

7 Dal 1944 al servizio della Scuola GENESI DELLA RICERCA Rosaria Picozzi Si è partiti dalla considerazione che sarebbe bene ricordare ai nostri parlamentari quale è lo scopo autentico del fare politica. Come diceva Paolo VI essa è "la più alta forma di carità" perché dovrebbe essere sempre orientata al miglioramento delle condizioni morali e materiali di un popolo, al servizio di tutta la società onesta. Nel suo esercizio, la politica, non dovrebbe essere condizionata da interessi particolari, o peggio ancora da brame di singoli individui, andando così a danneggiare la comunità ma dovrebbe possedere quella lungimiranza per poter incanalare tutta la sua forza al fine di tutelare il bene più grande: ovvero, il bene comune. Riteniamo l’esercizio della politica nel senso aristotelico del termine, e quindi come partecipazione attiva, responsabile, alla vita della polis/città, il mezzo per il pieno sviluppo della persona e della comunità in cui vive. Spesso assistiamo ad esempi indecenti in politica e tra questi esempi vivono i nostri giovani, nostro orizzonte e nostro futuro spesso senza avere gli strumenti per comprendere ciò che avviene intorno a loro. Relativamente ad essi abbiamo considerato, tra le altre cose, il verificarsi di una serie di situazioni quali: 1) probabile abbassamento della data per essere cittadini attivi: il voto si eserciterà a 16 anni. Sono/saranno essi preparati ad affrontare questo momento? Quali strumenti avranno per assumere decisioni, responsabilità? 2) Si sta diffondendo l’idea che” uno vale uno”: e le competenze ed il curricolo? 3) I giovani e forse anche gli adulti, sembrano sempre più lontani dalla comprensione che il raggiungimento del cosiddetto bene comune impegna tutti i membri della società e che nessuno è esentato dal collaborare, a seconda delle proprie capacità, al suo raggiungimento e al suo sviluppo. 4) La vita trascorsa prevalentemente sui social poi non aiuta nessuno di noi, giovani o adulti anche, a costruirsi, ad avere quegli strumenti che dovrebbero maggiormente essere utili per distinguere, per discernere, per avere o affinare spirito critico utile a capire quale è il principio del bene comune che deriva dalla dignità, unità e uguaglianza di tutte le persone. 5) L’avvento dei social media, anzi, ha influenzato in particolare la comunicazione politica, attraverso un cambiamento delle forme di comunicazione e di linguaggio che è ancora in divenire. Essi sono diventati invece terreno fertile per sperimentare una comunicazione più diretta con l’elettorato, attraverso linguaggi più colloquiali, più rassicuranti. 6) E la comunicazione politica che dovrebbe aiutare ad avvicinare alle istituzioni che vanno rispettate, attualizzate o anche criticamente modificate, è sempre più orientata, invece, alla ricerca del consenso e della persuasione anche attraverso mistificazione del linguaggio. Di qui il progetto che sarà portato avanti da Elena Fazi, da Maria Luisa Lagani, da Pierangelo Coltelli, da Giacomo Timpanaro con la guida della nostra presidente Rosalba Candela, di creare una sorta di manualetto che possa presentare, in maniera sintetica ma chiara, per lo meno alcune idee fondanti dell’organizzazione politica della nostra società italiana, anche dal punto di vista storico. Diciamo ciò che non sarà l’opuscolo: non un testo di Storia in formato ridotto, non di Ed civica, non un trattato di sociologia o di politica ma spunto di riflessione, sorta di vademecum per cominciare con chiarezza a ripercorrere i significati delle forme del vivere in una società che si organizza attraverso vari organismi.

8 Dal 1944 al servizio della Scuola Le ideologie politiche nel tempo Rosaria Picozzi Spiegare in forma sintetica e chiara il concetto di ideologia da cui pur bisogna partire per farne una pur breve storia non è semplice perché bisogna richiamare la conoscenza del pensiero di molti filosofi, sociologi, politologi…… Significativi i pensieri di: Karl Kautsky https://www.filosofico.net/kautsky.htm Eduard Bernstein https://it.wikipedia.org/wiki/Leonard_Bernstein György Lukács https://ilmanifesto.it/gyorgy-lukacs-fra-larte-e-la-vita/ Karl Korsch https://www.filosofico.net/korsch.htm Arthur Schopenhauer https://it.wikipedia.org/wiki/Arthur_Schopenhauer Friedrich Nietzsche https://it.wikipedia.org/wiki/Friedrich_Nietzsche Vilfredo Pareto https://it.wikipedia.org/wiki/Principio_di_Pareto Moritz Geiger https://it.wikipedia.org/wiki/Moritz_Geiger Ernst Topitsch, https://www.treccani.it/enciclopedia/ernst-topitsch Renato Mannheimer https://it.wikipedia.org/wiki/Karl_Mannheim Theodor W. Adorno https://it.wikipedia.org/wiki/Theodor_W._Adorno Herbert Marcuse https://it.wikipedia.org/wiki/Herbert_Marcuse Max Horkheimer https://it.wikipedia.org/wiki/Max_Horkheimer David Riesman , https://it.wikipedia.org/wiki/David_Riesman Helmut Schelsky https://it.wikipedia.org/wiki/Helmut_Schelsky Antonio Gramsci https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Gramsci Antonio Labriola https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Labriola…

9 Dal 1944 al servizio della Scuola Definizione di ideologia L’ideologia è quel “complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori che orientano un determinato gruppo sociale” ma anche un sistema concettuale e interpretativo che costituisce la base politica di un movimento, di un partito o di uno Stato, (ad es."l'ideologia marxista", fascista etc, etc.), Oggi il termine 'ideologia' è usato secondo molti significati: da quello di “autoillusione collettiva e di espressione di determinati interessi a quella di organizzazione consapevole del dominio mediante la manipolazione”. (Treccani) Esso acquistò rilevanza verso la metà del sec. XVIII, quando ebbe inizio, all'insegna della conoscenza scientifica della natura, la riflessione sistematica sui contesti economici e sociali e storico-culturali. Per la prima volta il termine apparve, infatti, nel corso della corrente illuministica che dall’ Inghilterra ebbe il suo massimo sviluppo in Francia per poi percorrere tutta l’Europa e raggiungere anche l'America: in essa la borghesia illuminata, in nome del progresso scientifico, contestò i privilegi dell'aristocrazia feudale e l'assolutismo monarchico. Contemporaneamente nacque l'idea che nel pensiero tradizionale vi fosse un elemento statico della conoscenza (così era e così doveva essere), in quanto quel pensiero non corrispondeva all'ideale di una conoscenza in continuo progresso proprio delle scienze naturali e si presentava quindi come coscienza puramente conservatrice, tendente a legittimare gli interessi costituiti della Chiesa, del trono e della nobiltà. Questo pensiero statico e conservatore, ideologico appunto, fu considerato allora una consapevole mistificazione dei sottomessi da parte dei potenti, ossia una menzogna finalizzata alla legittimazione dell'assolutismo feudale attraverso l'interiorizzazione delle idee religiose nei ceti subordinati. Tutte le posizioni illuministiche, fino a metà del sec XIX, si proposero anzitutto di abbattere, analizzando le origini delle ideologie, gli ostacoli che si opponevano al pensiero, allo scopo di eliminare ideologie e pregiudizi. Il primo a lanciare il termine di “Ideologia”, comunque, nel sec. XVIII, fu il conte Antoine-Louis- Claude Destutt de Tracy, filosofo illuminista che con esso intese una scienza di "analisi delle sensazioni e delle idee". Gli illuministi francesi concepivano l'uomo come prodotto dell'ambiente sociale e culturale in cui è di volta in volta inserito. In questa concezione, per banale che possa sembrare, è insita una critica radicale dell'ancien régime. La conoscenza della verità può svilupparsi infatti solo quando vengano meno la tutela e la costrizione della ragione umana da parte dello Stato dispotico e della Chiesa sua alleata. Il credo dell'illuminismo francese imponeva quindi l'eliminazione dei pregiudizi religiosi che avevano fatto del popolo uno strumento passivo, in cui il clero riusciva a far penetrare la volontà di dominio dell'autorità secolare fin negli angoli più riposti dell'animo umano. All'autonomia dello Stato e della Chiesa si sostituiva la naturale autonomia della ragione. Dagli illuministi l’ideologia era vista come manipolazione delle masse: di frequente esse non sono adeguate alla condivisione di un progetto politico e hanno quindi bisogno di ideologie e le élites, che mediante il sapere hanno una chiara coscienza della loro funzione, le adoperano consapevolmente per guidare e attivare le masse; quindi, il concetto di ideologia era quello di un pensiero dogmatico che condizionava per dominare i propri adepti.

10 Dal 1944 al servizio della Scuola L'opera della filosofia illuministica francese culmina nella teoria secondo cui i pregiudizi che intralciano la ragione sono prodotti e consolidati dagli interessi di dominio di alcuni potenti, per garantire la conservazione della situazione sociale esistente. Il concetto di ideologia implicava la presenza di pregiudizi tendenti all’affermazione acritica di pensieri/dogmi mentre la sua formazione viene motivata, sul piano della psicologia dell'interesse, con la brama di dominio del clero e dei monarchi che manipolano, in un complotto di potenti, il popolo tenuto sotto tutela. L'ideologia viene considerata una consapevole mistificazione dei sottomessi da parte dei potenti, ossia una menzogna finalizzata alla legittimazione dell'assolutismo feudale attraverso l'interiorizzazione delle idee religiose nei ceti subordinati. Il termine “ideologia” cominciò ad avere un significato piuttosto negativo e tale interpretazione, d’altronde, è molto viva anche oggi nella cultura politica. Tutte le posizioni illuministiche, fino a Marx, si proposero anzitutto di abbattere, analizzando le origini delle ideologie, gli ostacoli che si opponevano al pensiero, allo scopo di eliminare ideologie e pregiudizi. Nacque l'idea che il carattere ideologico del pensiero fosse un difetto insito nella ragione (dottrina baconiana degli idoli): infatti, Bacone, fu il primo teorico moderno a richiamare l'attenzione su tale carattere. Alle sue idee si ispirarono non solo gli illuministi francesi, ma successivamente anche Ludwig Feuerbach e Karl Marx. Napoleone per le circostanze in cui aveva conquistato il potere diffidava profondamente degli 'ideologi', quegli intellettuali che pur non partecipando alla gestione dello Stato, pretendevano ugualmente di diffondere idee politiche inadatte a guidare le masse. Durante il sec. XX, il concetto di ideologia è passato ad indicare qualsiasi insieme di idee e valori sufficientemente coerente al suo interno e finalizzato a orientare i comportamenti sociali, economici o politici degli individui. In questo senso, il termine può essere riferito a qualsiasi dottrina politica, a movimenti sociali caratterizzati da un’elaborazione teorica, a orientamenti ideali-culturali e di politica economica e sociale. Accanto a questo significato un po' generico, il termine ha assunto via via un significato più specifico che viene utilizzato per indicare dottrine e movimenti politici precisi (comunismo, nazismo, fascismo), accomunati da alcune caratteristiche: 1. la presenza di un retroterra teorico più o meno elaborato, che pretende di fornire una spiegazione esaustiva (e definitiva) dei processi storici e sociali; 2. il tentativo di trasformare totalmente la società e l’uomo, secondo un preciso modello; 3. l’intensa partecipazione emotiva dei militanti, spesso simile alla ‘fede religiosa’; 4. il ruolo-guida di un partito dotato di una ferrea e capillare organizzazione. Definizione di politica Se ricerchiamo tale termine nei dizionari più accreditati troviamo questa definizione: è quella scienza e tecnica, come teoria e prassi, che ha per oggetto la costituzione, l'organizzazione, l'amministrazione dello Stato e la direzione della vita pubblica. Ma, per intenderci meglio, proviamo a fare un po' di storia del significato del termine.

11 Dal 1944 al servizio della Scuola STORIA DELLA POLITICA Età Greco-Romana Secondo una definizione antica, risalente a VI/ V sec. A.C. in Grecia, la politica è l'arte del governare. Se la politica è l’arte del governare, la forma di governo che oggi appare più diffusa, anche se in declinazioni diverse è la democrazia Nella tipologia delle forme di governo descritte da Platone nella Πολιτεία (Politéia) la forma di governo “democrazia” è definita come «governo del numero» o «della moltitudine», ed è considerata la meno buona delle forme buone, fra cui eccelle invece l’aristocrazia, e la meno cattiva delle forme cattive, di cui quella più degenerata è la tirannide. Questa stessa opinione è condivisa da Aristotele che nel suo libro Politica identificò per primo tre forme possibili di governo con le relative degenerazioni. Chiariamo che il termine Politeia (politica) è l’equivalente del latino res pubblica e sta ad indicare l’organizzazione come bene comune di tutti i cittadini e, quindi, la costituzione politica ottimale. Per lo stagirita Aristotele, lo Stato risponde ai bisogni naturali dell'individuo e, come afferma nelle primissime righe del Libro I, «ogni Stato è una comunità (koinonia) e ogni comunità si costituisce in vista di un bene». Il «bene» perseguito dallo Stato, in quanto comunità più importante che comprende tutte le altre, è da identificare con quello di cui parla l'Etica Nicomachea. Quindi la politica è un’organizzazione finalizzata al conseguimento del bene comune. Una forma degenerata di politìa, nella quale il «governo della maggioranza» agisce nell’interesse di tutti, è la democrazia ( δημοκρατία, comp. di δῆμος «popolo» e -κρατία «-crazia») come «governo dei poveri contro i ricchi», e quindi il governo di una parte che agisce nel suo esclusivo interesse. Ulteriore corruzione del termine è la parola demagogia, forma di governo simile alla democrazia del linguaggio attuale ma è quella pratica politica tendente a ottenere il consenso delle masse lusingando le loro aspirazioni, specialmente economiche, con promesse difficilmente realizzabili. Il demagogo (dal gr. δημαγωγός, comp. di δῆμος «popolo» e ἀγωγός «che guida, che trasporta», der. di ἄγω «guidare»). In origine significava soltanto oratore ed uomo di stato, poi è divenuto sinonimo di chi cerca di ottenere il favore delle masse popolari con lusinghe e promesse. Altre forme di governo presenti in età classica sono l’Aristocrazia e l’Oligarchia Con il termine Aristocrazia (dal gr. ἀριστοκρατία, comp. di ἄριστος «ottimo» e -κρατία «-crazia»] si intende il governo dei migliori, più adatti a governare ma nei secoli successivi passò ad indicare il ceto dei nobili anziché la forma di governo. Nel significato originario e più proprio, è il governo dei più meritevoli, intesi questi come coloro che sono moralmente e intellettualmente i migliori o i più valorosi, identificati poi, in un secondo tempo, con i nobili, quelli cioè che, per diritto di sangue, appartengono alla classe più elevata della società, nella quale costituiscono un gruppo privilegiato. L’Oligarchia (da oligoi, pochi), invece, è quella forma di regime politico in cui il potere è nelle mani di pochi non necessariamente i migliori, eminenti prevalentemente per forza economica e sociale. Nell’antichità, i regimi oligarchici, le cui forme variavano da città a città, succedettero quasi dappertutto in Grecia alle aristocrazie o, particolarmente nel Pelopponeso, alle tirannidi. Considerata da Platone e Aristotele una forma di governo degenerata perché fondata sulla ricchezza, l’oligarchia ha conservato un significato negativo che permane nel linguaggio corrente (dove indica il dominio, in qualsiasi gruppo o istituzione, da parte di un gruppo ristretto di persone). Nel Novecento il termine ha assunto, nella scienza politica, un significato neutrale, descrittivo. Anche la Tirannide fu una particolare forma di governo: il termine tiranno indicava colui che si impossessava del potere; nell'antica Grecia non aveva il significato spregiativo attuale, ma indicava solamente l'illegalità" del potere. Diarchia era invece il governo di due uomini come accadeva a Sparta.

12 Dal 1944 al servizio della Scuola Monarchia da Monos (solo) indica il governo di un solo uomo. E’quella forma di governo nella quale i poteri di sovranità popolare e nazionale fanno capo a un’autorità sostanzialmente, ma non esclusivamente, monopersonale, basata su fattori di legittimazione tradizionale (monarchia assoluta) o legale (monarchia costituzionale) e comunque, in genere, sul principio della “rappresentanza senza elezione”. Nel guardare all’antichità classica, la Grecia delle origini non conosce altri ordinamenti politici che quelli monarchici: monarchica era la società cretese-micenea e monarchiche di tipo paternalistico sono quelle rappresentate da Omero nell’VIII/VII sec. a.C. La monarchia fu presto esautorata dalle aristocrazie che quasi ovunque soppiantarono gli antichi istituti, conservandosi in poche regioni culturalmente arretrate o agli estremi della civiltà ellenica (in Macedonia, l’Epiro) e a Sparta, dove si mantenne sotto la forma della diarchia (governo di due). In età propriamente storica (dal VII sec. in poi) l’istituto monarchico è avversato anche sotto il profilo teorico dai Greci, restii ad ammettere che uomini liberi possano sottostare al dominio di uno solo. Platone e Aristotele, che pur non escludono il bene che può derivare ai sudditi da un saggio monarca, hanno presente la frequente e nefasta degenerazione della monarchia in tirannide. L’istituto monarchico risorse nel mondo ellenico dopo la conquista macedone della Grecia e la formazione dei grandi imperi ellenistici. Caratteristici della monarchia d’età ellenistica furono: 1. l’assolutismo dispotico, 2. il culto prestato alla persona del monarca, 3. il difetto di legalità. Sostegno principale ne fu l’esercito, in massima parte mercenario e il complicato sistema amministrativo fiscale che fece, per es., dell’Egitto tolemaico un anticipatore dei moderni Stati accentratori e burocratizzati. La sovranità assoluta dei monarchi, illimitata nei riguardi delle popolazioni barbare assoggettate (per es., nell’Egitto e nelle regioni orientali dell’impero seleucidico), ebbe un qualche freno nei rapporti tra i sovrani ellenistici e le città greche appartenenti ai loro regni, le quali godettero di una certa autonomia amministrativa; più volte i sovrani s’impegnarono, nelle dichiarazioni ufficiali, al rispetto della eleutherìa, autonomìa, demokratìa delle città. Malgrado queste parvenze di autonomia, la mancanza di libertà politica accentuò il disinteresse dei singoli verso la cosa pubblica: causa prima della fragilità interna di quei regni e del loro soccomberea Roma. A Roma la monarchia è la prima forma costituzionale: la città sarebbe stata fondata da un re, Romolo, cui succedettero, secondo la tradizione, altri 6 re: il nome etrusco del 5° e 7° re (Tarquinio) ha fatto ipotizzare un periodo di dominazione straniera nell’Urbe durante il 6° sec. a.C. La m. sarebbe durata 244 anni (753-509 a.C., secondo Varrone): se sono dubbi la precisione delle date, il numero, la personalità e l’opera stessa dei singoli sovrani, è certo che fino a tutto il 6° sec. la città fu retta a monarchia. Sui modi del passaggio alla repubblica, vi sono 2 teorie contrastanti: • una evolutiva, che ammette una transizione graduale, attraverso forme di governo collegiale con potestà diseguale, alla collegialità eguale dei consoli; • un’altra che riconosce la sostanza della tradizione, presentando il passaggio come un evento rivoluzionario. Il re romano era a vita, fornito di omnis potestas e libero dal rendere conto del proprio operato; la monarchia non era ereditaria e l’elezione del re da parte del popolo doveva essere convalidata dall’autorità del Senato. Al sovrano competevano il comando delle milizie, la suprema autorità religiosa e l’amministrazione della giustizia penale. Medioevo Travolte le istituzioni romane d’Occidente dalle incursioni barbariche, in quasi tutta l’Europa si ritornò alla primitiva organizzazione politica, di tipo patriarcale, con governi misti, aristocratici, in cui il potere personale del re era limitato da assemblee deliberanti. Il feudalesimo trasformò la

13 Dal 1944 al servizio della Scuola monarchia in uno Stato di proprietari, legati da un rapporto personale di subordinazione verso il sovrano che aveva donato loro la terra e, con essa, l’autorità. Privato della proprietà terriera, il re conservava su questa solamente una sovranità nominale, mentre era vero e proprio sovrano in tutti quei territori rimasti sotto il suo dominio. Lo Stato feudale, quindi, si presentava come uno Stato composito in cui ciascun signore era sottoposto al sovrano che lo aveva investito. Al sommo della gerarchia medievale stavano i due poteri universali, papa e imperatore (derivando la sua dignitas, quest’ultimo, direttamente o indirettamente per mezzo del papato, da Dio), anche se la subordinazione gerarchica fu presto respinta dalle maggiori potenze secondo il principio ‘rex in regno suo est imperator’. L’autorità monarchica assunse, nel Medioevo, carattere religioso non solo nella teoria politica, ma anche nella coscienza popolare; il diritto divino dei re, tuttavia, si affermò solo alle soglie dell’età moderna, contribuendo al passaggio dalla monarchia elettiva a quella ereditaria. Il principio dell’ereditarietà si stabilì in Francia con la Legge salica, in Spagna con la Ley de las siete partidas. Contro la reazione dell’aristocrazia feudale e il particolarismo autonomistico delle città, sul finire del Medioevo la monarchia impersonò interessi più vasti, quasi nazionali e, in alcuni casi, avviò quel processo di riorganizzazione economica, militare, burocratica e amministrativa che segna l’origine dello Stato moderno. In questa prospettiva il re si considerava padrone assoluto dello Stato (assolutismo); gli organi rappresentativi furono sostituiti dalla organizzazione burocratica. Si ebbe un’organizzazione accentrata per ogni potere (tributario, giudiziario, militare ecc.); il Consiglio privato si ridusse a organo consultivo e i Parlamenti si limitarono a una funzione di rappresentanza. La società feudale da organismo politico si trasformò in società di proprietari privilegiati. Diverso svolgimento si ebbe in Inghilterra, dove la monarchia, concedendo la Magna Charta (1215),fin dal 13° sec. dovette venire a patti con l’aristocrazia, che per lungo tempo lottò contro ogni tentativodi allargare la potestà regia. Nel 1264 si aggiunsero ai rappresentanti del clero e dei nobili anche quelli delle città e dei borghi e si instaurò quindi un problema generale di rappresentanza, non più limitata alla sola determinazione dei tributi. Eta’ Moderna Nel 1500 il termine politica viene rivisto anche da Machiavelli che con il suo trattato Il principe, la analizza e ne identifica una nuova formulazione, distinguendo da un'etica civile un'etica statuale, in quanto tale più alta e differente, un'etica del governo di un'entità territoriale e di una comunità umana, quale superiore attore distinto dalle esigenze di ogni singolo uomo o gruppo di uomini della comunità stessa. Egli inventa così il termine "Ragion di stato", che però manterrà sempre ben separato dal termine politica, la cui accezione per Machiavelli rimarrà in totale positiva, (la frase "il fine giustifica i mezzi" è stata falsamente attribuita al Machiavelli). Machiavelli intendeva dare alla politica un'autonomia che il Clero dell'epoca non era disposto a concedere. Verrà censurato dai suoi contemporanei e criticato in tutta Europa per le sue dichiarazioni. Stessa sorte toccherà un secolo dopo a Thomas Hobbes filosofo inglese, che pur avendo riconosciuto la migliore forma di governo nel Sovrano assoluto considerava la sua funzione derivante non dalla volontà divina (come stabiliva la tradizione) ma da un patto originario tra uomini liberi. Al contrario di Hobbes, John Locke non solo non vedeva nell'attribuzione al sovrano di tutti i poteri la soluzione alla conflittualità della società ma anzi formulò l'idea che il sovrano doveva rispettare i diritti fondamentali come la proprietà privata. Fondamentale è nella storia del pensiero politico l'opera di Montesquieu "L'ésprit des lois" (Lo spirito delle leggi) dove viene formulata la distinzione dei poteri come principio base per evitare la tirannide. Anche Montesquieu esamina i vari tipi di governo, per concludere che la monarchia costituzionale resta la forma migliore, perché la classe nobiliare in generale è meno corruttibile, in quanto vincolata al principio dell'onore. Nel corso del XVI/XVII sec. mentre in Francia proseguiva la costruzione di un potere statale

14 Dal 1944 al servizio della Scuola fortemente centralizzato, in Inghilterra fu sventato il programma assolutistico degli Stuart. La Petition of rights (1628), il Bill of rights (1689), l’Act of settlement (1701) costituiscono le leggi fondamentali della monarchia inglese che si avviò decisamente al costituzionalismo. Il re e il Parlamento formavano ormai delle istituzioni impersonali dello Stato. Dopo la Rivoluzione francese il sistema monarchico costituzionale si impose gradualmente in Europa. In Francia la monarchia divenne costituzionale nel 1791 a opera dell’Assemblea legislativa; cadde l’anno dopo e riacquistò il suo carattere costituzionale solo nel 1848. In Svezia il principio costituzionale venne introdotto nel 1809,in Norvegia nel 1814, in Belgio nel 1831. Nel XIX secolo Karl Marx formulò la critica scientifica al sistema capitalista borghese e la filosofia, in contrapposizione all'idealismo e allo spiritualismo, del materialismo storico, e poi dialettico: la storia dei sistemi sociali e istituzionali è determinata da una struttura che deriva la sua "sostanza" dai rapporti economici in essere. L'economia rappresenta la base fondamentale ed essenziale della società, che viene ad essere modellata e influenzata dai rapporti economici (la struttura), la quale, proprio perché alla base dell'organizzazione sociale, concorre in maniera basilare a determinarne i vari assetti sociali, culturali ed ideologici del sistema capitalista borghese (sovrastruttura) o "forma". Marx sottolineò che tuttavia il rapporto non è da considerarsi in maniera semplicemente deterministica. In Italia la monarchia assoluta del Regno di Sardegna si trasformò in costituzionale nel 1848 con lo Statuto di Carlo Alberto e fu recepita nel nuovo Regno d’Italia (1861). La nascita della Repubblica Italiana avvenne il 2 giugno 1946, in seguito ai risultati del referendum istituzionale indetto quel giorno per determinare la forma di governo dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Per la prima volta in una consultazione politica nazionale nel 1946, votavano anche le donne: risultarono votanti circa 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini, pari complessivamente all'89,08% degli allora 28 005449 aventi diritto al voto. Il 2 giugno 1946, insieme alla scelta sulla forma dello Stato, i cittadini italiani elessero anche i componenti dell’Assemblea costituente che doveva redigere la nuova carta costituzionale. Alla sua prima seduta, il 28 giugno 1946, l’Assemblea costituente elesse a capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, con 396 voti su 501, al primo scrutinio. Con l'entrata in vigore della nuova Costituzione della Repubblica Italiana, il 1º gennaio 1948, De Nicola assunse per primo le funzioni di Presidente della Repubblica. Si trattò di un passaggio di grande importanza per la storia dell'Italia contemporanea dopo il ventennio fascista, il coinvolgimento nella II guerra mondiale e un periodo della storia nazionale assai ricco di eventi. La nuova costituzione repubblicana, approvata dall’Assemblea costituente ed entrata in vigore il 1º gennaio 1948, statuisce, all'art. 1: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro". Sancisce, inoltre, all'art. 139, che: "La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale". Età Contemporanea Chiarite le varie forme di governo conosciute fino ad ora, nelle quali si è esercitata l’arte del governare, cioè la politica, ci soffermeremo sulla forma di governo oggi più presente nel mondo ed in Italia: la democrazia Oggi, la democrazia è la forma di governo in cui il potere risiede nel popolo, che esercita la sua sovranità attraverso istituti politici diversi; in particolare è quella forma di governo che si basa sulla sovranità popolare esercitata per mezzo di rappresentanze elettive e che garantisce a ogni cittadino la partecipazione, su base di uguaglianza, all’esercizio del potere pubblico. Essa può essere 1. diretta o plebiscitaria, quando il potere è esercitato direttamente da assemblee popolari o mediante plebisciti; 2. democrazia indiretta, rappresentativa, parlamentare, quando il potere è esercitato da istituzioni rappresentative;

15 Dal 1944 al servizio della Scuola 3. democrazia popolare, espressione con cui veniva indicata genericamente l’organizzazione politico-sociale dei paesi socialisti dell’Europa orientale e, in senso più ampio, di tutti i paesi socialisti. Nel XX secolo, l'arte della politica è diventata anche laboratorio pratico delle teorie politiche. Si sono sviluppati, infatti, una moltitudine di sistemi diversi di gestire la cosa pubblica. Accanto alle monarchie di inizio secolo si svilupparono le prime democrazie borghesi, e contemporaneamente i primi esperimenti di applicazione pratica del socialismo, la maggior parte dei quali sfociati in sistemi oppressivi. Nella prima metà del secolo a queste forme si affiancarono i totalitarismi ed autoritarismi di destra (Fascismo, Nazismo) derivanti dalla crisi delle fragili democrazie. «In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica» (Mahatma Gandhi, Politica) Negli ultimi anni la politica è andata via via trasformandosi, includendo come soggetto la cosiddetta società civile, fatta di movimenti di opinione che cercano di sottrarla all'astrazione in cui è stata sempre confinata: la politica si fa globale e nella coscienza di molti si delinea come stato in costante divenire delle relazioni sociali ed economiche. Tra gli strumenti di intervento della società civile nell'azione politica istituzionale sono apparsi sempre più spesso i referendum di iniziativa popolare, sia in ambito nazionale, sia sempre più spesso in ambito regionale o locale.

16 Dal 1944 al servizio della Scuola STORIA DELLE IDEOLOGIE POLITICHE Si cercherà ora di presentare le ideologie più rilevanti sia dell’800 che del secolo scorso, alcune anche perduranti, alla base della politica e quindi delle formazioni politiche o partiti. Liberalismo Le premesse dell’ideologia liberale si trovano nella storia europea già a partire dal Rinascimento e dalla Riforma, fino alle grandi Rivoluzioni del Settecento: quella americana e quella francese. La lotta per la libertà religiosa e le dichiarazioni dei diritti prevedevano come condicio sine qua non la libertà di coscienza e di pensiero politico, di espressione e di associazione. I cittadini dovevano, inoltre, essere uguali di fronte alla legge e Dio. A livello politico il Liberalismo nasce dunque come un movimento per riconoscere all’individuo un valore autonomo all’interno della società e per limitarvi l’azione dello Stato. Ecco perché nell’Ottocento si oppone all’assolutismo dinastico e anche alla democrazia giacobina, non riconoscendo alla Rivoluzione francese i traguardi politici, così poco aderenti alla realtà della trasformazione industriale. Proprio in Francia il Liberalismo nasce dall’opposizione fra la libertà com’era concepita dall’antichità classica e la libertà moderna. Il filosofo e storico parigino Alexis de Tocqueville accetta il dato ineluttabile della democrazia, che presto o tardi avrebbe prevalso nella storia occidentale. Ciò nonostante, pone delle riserve sugli effetti del livellamento sociale ed economico dati dall’industrializzazione e dal nuovo modello inglese di sistema sociale. Egli aveva già avuto modo di studiarne il “modello” negli Stati Uniti. Nella nazione di recente formazione il principio della sovranità popolare si era potuto sviluppare senza ostacoli e senza alcun dispotismo. Le ragioni di questo “successo”, però, stavano essenzialmente nel decentramento amministrativo, ovverosia comuni, contee e singoli Stati si autogovernavano. Il pensatore francese non mancò tuttavia di evidenziare anche i gravi difetti della democrazia americana, come la tendenza allo strapotere della maggioranza, il conformismo di massa e il piatto materialismo. IL Liberalismo inglese nasce proprio come espressione della nuova classe in ascesa per l’espansione commerciale e industriale del paese. Intorno a ciascun individuo aleggiava una sfera di assoluta libertà, su cui né altri individui, né la collettività stessa potevano esercitare un controllo. Socialismo Storicamente il Socialismo è considerato un’ideologia prima, dottrina politica dopo, che mira a una riorganizzazione della società su basi collettivistiche e secondo principi di uguaglianza, contrapponendosi alla moderna concezione individualistica della vita umana. Con l’avvento e la diffusione della società industriale, il pensiero politico socialista attecchì in tutti i principali paesi europei. In Francia, per esempio, il primo a parlare di “socialismo” è stato Pierre Leroux dopo la Rivoluzione del 1830, mentre in Inghilterra le idee socialiste avevano cominciato a circolare già qualche anno prima grazie all’industriale Robert Owen. Il ragionamento di Owen era moltosemplice: era inutile arrestare il progresso industriale e prendersela con le macchine; tuttavia era rischioso lasciare che a dettare tempi e modalità della produzione industriale fossero gli stessi proprietari delle industrie, a scapito dei lavoratori che vivevano come degli schiavi. Mentre Leroux attraverso il pensiero politico socialista dichiarava guerra a quello liberale, rivendicando la priorità dello Stato sull’individuo, Owen spostava l’attenzione sulla questione economica e sociale, ponendo al centro dei suoi interessi i problemi della classe operaia. Tuttavia, erano entrambi d’accordo sull’inadeguatezza delle numerose trasformazioni portate dalla Rivoluzione Francese. L’obiettivo del socialismo, dunque, era quello di creare un nuovo ordine

17 Dal 1944 al servizio della Scuola politico in grado di eliminareo almeno ridurre le disuguaglianze sociali attraverso la socializzazione dei mezzi di produzione e unadistribuzione delle risorse economiche meno sbilanciata. Per raggiungere questo obiettivo qualcuno pensava servisse un’insurrezione per il rovesciamento dell’ordine costituito e la successiva conquista del potere politico. Ma a dare a tutto il movimento un riconoscimento intellettuale e politico sarebbero presto arrivati Karl Marx e l’economista tedesco Friedrich Engels con i loro scritti come L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza e Lavoro salariato e capitale. Fu così che il Socialismo si avviò alla piena maturità politica con la nascita del Partito socialdemocratico tedesco, la Comune di Parigi e la Prima Internazionale. Dal socialismo classico al comunismo di Marx Ben presto l’ideologia del Socialismo non fu più solo questione economica, ma di organizzazione sociale. Oramai, infatti, nell’era dell’industrializzazione, il problema da porsi non era più quello di trovare la migliore forma di governo, bensì quello del miglior sistema di organizzazione sociale. Ecco che le ideologie diventavano, come dire, attuazione pratica nelle varie forme di governo, nel mondo! Comunismo Questa ideologia, trasformatasi nel tempo in Partito Comunista nelle varie parti del mondo, nacque dalle tesi di C. Marx e F. Engel Per Marx era necessario realizzare la democrazia vera sia nella sfera politica che economica nell'ottica di uno stato etico da farsi. Ma vero punto di partenza del materialismo storico, alla base del pensiero di Marx, è l'idea che l'economia (struttura) sia dominante sulla società e istituzioni (sovrastruttura) per cui l'emancipazione umana la si potrebbe ottenere solo scardinando il vigente assetto capitalista (struttura). Il pensiero rivoluzionario si fonderebbe sull'idea che ogni assetto economico nella storia sviluppa delle contraddizioni interne che ne determinano l'implosione. In questo caso, in regime capitalista, la classe subalterna (operaia) avrebbe teso a conquistare il potere in quanto classe formata da uomini e perciò naturalmente tendenti all'emancipazione. La questione della formazione storica della coscienza di classe sarebbe dunque data da un processo naturale, ma questa idea non fu condivisa da altri pensatori pure marxisti come Rosa Luxemburg e Lenin, convinti della necessità di una avanguardia cosciente. Riguardo alla religione, Marx la vide come l'"oppio dei popoli", essa infatti determinerebbe l'inerzia delle classi meno abbienti, fiduciose in un premio nell'al di là. Riguardo l'economia l'opera di Marx fu notevole, come nel primo libro de "Il Capitale" (unico dei tre pubblicato in vita), nel quale descrisse la teoria del "plusvalore" profitto economico dell'imprenditore che sarebbe dato dall'unica merce in grado di produrre più ricchezza di quella che consuma: il lavoro subordinato. Egli comunque ben poco ebbe a che fare con l'economia pianificata che caratterizzerà i regimi autoproclamatosi marxisti o comunque comunisti. Egli ritenne quindi che la rivoluzione fosse inevitabile, ma ammise pure che essa si sarebbe potuta presentare sia in maniera rivoluzionaria che riformistica legale. Vi furono pure delle voci discordanti al suo pensiero come Bakunin il quale fu contrario all'idea di uno stato comunista, inquadrando lo stato di per sé come il nemico da abbattere, dunque non conquistabile nemmeno da una forza proletaria rivoluzionaria, mentre per Marx e Engels e poi Lenin, lo stato borghese avrebbe dovuto essere spezzato ma non eliminato, nell'ottica di un processo di trasformazione a un regime simile a quella che fu la comune di Parigi (ritenuta da Marx il primo esempio di regime comunista). L'utopia Marxista terminava con l'idea che con la scomparsa delle classi, a seguito dell'ascesa proletaria, vi sarebbe stato sempre meno Stato fino alla sua scomparsa. Marx prevedeva due fasi nel processo di rivoluzione sociale. La prima fase, individuata come

18 Dal 1944 al servizio della Scuola Socialismo, consisteva nella dittatura del proletariato, fase in cui ognuno avrebbe ricevuto in base a quanto dato. La seconda, invece, sarebbe stata il Comunismo che, superate le forze contro- rivoluzionarie, non avrebbe più avuto la necessità di imporre la dittatura. Secondo Marx "solo allora l'angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: - Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni! Nazionalismo L’insieme delle dottrine e dei movimenti, attribuiscono un ruolo centrale all'idea di nazione e alle identità nazionali. Il nazionalismo si è storicamente manifestato in due forme: come ideologia di liberazione delle nazioni oppresse e come ideologia della supremazia di una nazione sulle altre. Nelle forme del nazionalsocialismo, chiamato anche NAZISMO, talvolta anche HITLERISMO, è stata un'ideologia di estrema destra che ha avuto la propria massima diffusione in Europa, nella prima metà del XX secolo Il concetto nacque con la Rivoluzione francese, in stretta connessione con le idee democratiche di J.- J. Rousseau, secondo il quale la sovranità spettava alla nazione nel suo complesso, concepita come un corpo unitario composto di individui eguali. Il giacobinismo, in particolare, pose un nesso inscindibile tra popolo e nazione, eliminando ogni realtà intermedia. Queste idee furono esportate con le guerre della Francia rivoluzionaria e napoleonica e, dopo la Restaurazione, furono il punto di riferimento del cosiddetto 'nazionalismo dell'autodeterminazione', nel contesto della tradizione liberale e democratica. Dopo l'unificazione italiana e tedesca, dagli anni Settanta del 19° sec., il nazionalismo iniziò a configurarsi come ideologia della politica di potenza da parte di uno Stato. L’ingresso delle masse nella vita economica implicò la ricerca di una strategia di integrazione politica che condusse alla piena identificazione tra nazione e Stato, con il fine di realizzare una solidarietà nazionale che superasse le divisioni di classe. Sul piano internazionale l’ideologia del Nazionalismo fu alla radice (tra XIX e XX sec.) della competizione tra le nazioni europee e dello scontro imperialistico tra le grandi potenze. All'inizio del XX sec. sorsero movimenti nazionalisti (per es. l'Action Française, la Lega Pangermanica, l'Associazione Nazionalista Italiana) volti a contrastare i regimi democratici e a disinnescare i conflitti sociali (e la minaccia socialista). Questo tipo di Nazionalismo, teso ad esaltare l'identità nazionale e la politica di potenza, contribuì in modo decisivo allo scoppio della Prima guerra mondiale. In Italia il Nazionalismo fu una delle componenti essenziali del fascismo e diede luogo all'esaltazione dello Stato. In Germania, invece, si legò al concetto di razza e alimentò, in questa veste, l'ideologia nazista. Con la Seconda guerra mondiale questi tipi di nazionalismi caddero in discredito. La versione del nazionalismo fondata sull'autodeterminazione dei popoli continuò invece ad avere un ruolo storico, alimentando i movimenti di liberazione dal colonialismo nei paesi del Terzo Mondo. Forme di Nazionalismo fortemente identitario si sono sviluppate nei paesi ex comunisti dopo la caduta dei regimi totalitari (per es. nella ex Iugoslavia). Democrazia La democrazia moderna: esempio di espressione della sovranità popolare La democrazia, nel suo significato letterale ha per referente la polis greca (la città-comunità), come si è precedentemente detto, laddove in epoca moderna si estende in uno Stato che raccoglie una vasta collettività di cittadini. I cittadini di questo Stato esercitano, attraverso il suffragio universale, il principio della sovranità popolare che è di norma garantita da una Costituzione, lo strumento fondamentale dell’ordinamento democratico.

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