Dalla_selva_del_peccato_alla_visione_di_Cristo_La_presenza_d

11 vanili, è un intellettuale essenzialmente laico, poiché esclude (“ forse ”, è detto attenuando un giudizio che spetta solo a Dio) ogni prospettiva di eternità, di fede dalla sua vita. Per vivere pienamente – sostiene Dante – non basta l’altezza d’ingegno, bisogna aprirsi a Dio, non disdegnare l’incontro con la grazia divina, rappresentata dalla Donna del cielo. Si allude a Beatrice, ma la mandante del piano di salvezza è sempre la Vergine Maria. Anche l’incontro con Brunetto Latini (“ qual maraviglia! ” Inferno XV, 24), mette in evidenza i limiti di un maestro e di un educatore tutto chiuso nella prospettiva di una visione terrena della vita, che propone sì dei valori civili con intelligenza emotiva e tanto affetto, con la cara e buona immagine paterna, ma sempre in un orizzonte mondano, e prospetta un’eternità, una sopravvivenza creata solo dalla cultura. “ Sieti raccomandato il mio Tesoro nel qual io vivo ancora e più non cheggio ” (Inferno XV, 119-120). Dante sente il bisogno di raccontare al suo antico maestro la sua vicenda di smarrimento nella selva del peccato, l’apparizione di Virgilio, il ritorno a casa dopo aver visitato l’Inferno (“ questo calle ”, questa strada). Anche Brunetto predice a Dante l’e- silio per l’ingratitudine dei fiorentini: il senso pieno del mio esilio – risponde Dante - me lo spiegherà una “ donna che saprà se a Lei arrivo ”. (Inferno XV, 90) Per Dante è per così dire un peccato contro na- tura che un maestro, un docente non sappia aprire l’animo dei suoi alunni al trascendente e si limiti ad una visione terrena della vita e della cultura, basata sulle doti umane, sulla fortuna, sulle stelle, sul de- stino, su un glorioso porto terreno, su una duratura fama letteraria! Scendendo ancora giù nell’abisso del male tra consiglieri di frode delle Malebolge, Dante sente il bisogno di rivolgere un consiglio a se stesso: “ Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi, e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio, perché non corra che virtù nol guidi; sì che, se stella bona o miglior cosa m’ ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi ”. (Inferno XXVI, 19-24) Qui il poeta, consapevole del suo ingegno che viene dalle doti naturali e da Dio, brama di conoscere Ulisse, il più grande consigliere di frodi secondo la tradizione classica, ma anche l’uomo dell’intelligenza inquieta e

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