“Padroni di niente” (11-12/2020)

Anna Bisazza Madeo, Consigliera nazionale emerita – Presidente Commissione Nazionale Formazione

Sembra strano, inopportuno, forse disdicevole porre a titolo di un editoriale della nostra rivista un’espressione che dà nome ad un recente album musicale o evoca passate spinte anarchiche. Eppure il messaggio che giunge ai giovani da una canzone può essere (e in genere lo è) più incisivo di un corso di lezioni, basta recuperarne il senso.

A chi di noi adulti non tornano in mente e sulle labbra versi, frasi, ritornelli che abbiamo amato e ripetuto nelle nostre lontane primavere? Hanno segnato il nostro sentire e influito sul nostro modo di essere.

Anche le espressioni esternate con pathos da Fiorella Mannoia possono far scorrere dentro l’animo e la mente dei ragazzi riflessioni a più largo raggio, specie in un tempo in cui la realtà vissuta dà prova che non si può dare niente per scontato: sono saltati tutti gli algoritmi della quotidianità, si resta disorientati di fronte alle limitazioni di ogni genere, si è invasi dalla paura, dalla diffidenza, dalla tendenza alla rinuncia che induce un senso diffuso di depressione. Viceversa c’è chi minimizza e si trincera dietro fake news, al di là di ogni razionalità, fino a toni dissacratori di una realtà amaramente sacra. 

Il tempo passa, ma siamo noi soprattutto che passiamo nel tempo, anche mutando le nostre fisionomie, moderando le fatue certezze che spesso hanno indotto l’uomo di oggi a ritenersi creatore onnipotente di conquiste scientifiche illimitate. E poi? È bastato un virus, un’invisibile velenosa entità biologica a far dilagare una catastrofe mondiale, nella quale nessuno può sentirsi al sicuro per la salvaguardia della stessa vita. Di cosa siamo padroni? Mi vengono in mente alcuni personaggi verghiani, veri e assai controversi, ma gli insegnamenti più autentici li troviamo in molte pagine del Vangelo, soprattutto in Luca. 

Mi sovviene anche la lezione pratica di una Mamma ai suoi bambini nella prima età in cui, come in un ritornello, essi ripetono «mio, è mio» e la Mamma «non è solo tuo, è di tutti coloro a cui serve»: una premessa per avviare allo spirito di condivisione.

Papa Francesco non si stanca di ricordarci che «Abbiamo toccato con mano la fragilità che ci segna e ci accomuna. Abbiamo compreso meglio che ogni scelta personale ricade sulla vita del prossimo, di chi ci sta accanto ma anche di chi, fisicamente, sta dall’altra parte del mondo. … Dall’esperienza della pandemia tutti stiamo imparando che nessuno si salva da solo … Siamo stati costretti dagli eventi a guardare in faccia la nostra reciproca appartenenza, il nostro essere fratelli in una casa comune. Non essendo stati capaci di diventare solidali nel bene e nella condivisione delle risorse, abbiamo vissuto la solidarietà della sofferenza».

«Di fronte a un futuro che appare incerto e difficile, soprattutto a livello sociale ed economico, siamo invitati a vivere il presente discernendo ciò che rimane da ciò che passa, ciò che è necessario da ciò che non lo è» (1). È questo l’appello del Papa per farci comprendere che non siamo padroni di niente.

Forse non ci rendiamo ancora del tutto conto che esistono virus più pericolosi del Covid19: la corruzione, il malcostume dilagante, la violenza, la cupidigia, l’indifferenza, il pessimismo, la chiusura dell’animo e della mente, la mancanza di amore, l’inesperienza di relazioni autentiche, l’incapacità di tenere lo sguardo rivolto in Alto e l’ignoranza del Padre che attende d’incontrarci.

Anche l’Agenda 2030 dell’ONU nasce dall’urgenza di rendere migliore il mondo che abitiamo, di trasformarlo con uno sviluppo sostenibile.

Nel settembre 2015, i 193 Paesi membri dell’ONU hanno sottoscritto un programma di azioni, indicando 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile del nostro pianeta, da realizzarsi entro il 2030.  Cosa è cambiato in questo lustro? Poster e statistiche pubblicizzati sono fuorvianti poiché non contengono dati reali circa la riduzione della povertà la cui soglia è indicata in $ 1,9 al giorno. Sappiamo con certezza che gli esseri umani che non varcano tale miserrima soglia sono intorno a 1 miliardo. Come «sconfiggere la fame» e garantire «salute e benessere»? Come «ridurre le disuguaglianze»? Come «promuovere società pacifiche e inclusive orientate allo sviluppo sostenibile»? E cosa dire di chi fugge da guerre, dei rifugiati, dei migranti, delle donne-oggetto, dei bambini violentati, dei nuovi schiavi, dei senza fissa dimora? C’è anche chi ha sete e non ha accesso all’acqua potabile. E noi? Quanta ne consumiamo, quanta ne sprechiamo? Chi ci ha convinto che è solo nostra? Ci è stata donata con tutto il creato e appartiene a tutte le creature per la sopravvivenza. Noi non siamo padroni di niente. I prodotti della terra, se razionalizzati ed equamente distribuiti, sono per tutti. Nessuno dovrebbe appropriarsi di ciò che è degli altri. E il depauperamento della natura? Un ingente capitolo con notevoli contraccolpi. 

Lo sviluppo produce, nel piccolo e nel grande, una crescita economica di cui sono beneficiari sempre i più ricchi e le multinazionali, mentre la povertà dilaga oltre i Paesi del c.d. terzo mondo.

Per tendere agli obiettivi dell’Agenda 2030, occorre un modello di educazione sostenibile che si attui in uno spazio di apprendimento condiviso da una comunità che vuole progredire.

 «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Genesi 2, 15). L’essere umano non è padrone del creato, ma ha la responsabilità di collaborare con il Creatore per conservarne l’armonia piuttosto che deturparne la bellezza e dilapidarne le ricchezze. 

Un utilizzo equo delle risorse terrestri comporta la salvaguardia del creato, la condivisione con tutte le creature e la solidarietà con le future generazioni. Nessuno è padrone di niente.

Secondo una massima indiana «non dovremmo mai pensare di aver ereditato la terra dei nostri padri ma di averla presa in prestito dai nostri figli». E sono proprio le nuove generazioni a reclamare un mondo più equo; i nostri figli, insoddisfatti di ciò che abbiamo proposto, chiedono qualcosa in più, sono disponibili ad aprire il cuore e a impegnarsi per ideali grandi e significativi, perché «prima di tutto la vita è un valore».

«Il tempo cammina» e quello che ci rimane per convertirci a comportamenti corretti si riduce irrevocabilmente; intanto, l’uomo «costruisce muri sopra gli orizzonti, stabilisce confini … genera paura», «non capisce che prima di tutto
la vita è un valore».

La sorda convinzione che nulla possa cambiare, «pensiero che inquina la mente», produce indifferenza e accidia, un torpore che anestetizza nell’abitudinario. Eppure «c’è gente che spera in mezzo a gente che spara». Eppure, in un’era in cui la scienza appariva onnipotente e capace di cambiare anche l’essere umano allungandone l’esistenza, c’è gente che muore per la pandemia del Covid-19.  Eppure, in un tempo di grande mobilità e di eccesso di comunicazioni, il distanziamento sociale e familiare, l’isolamento e l’abbandono forzato, costringono alla solitudine. Eppure, di contro alle enormi spese per gli armamenti e ai paradisi fiscali (e non solo), nel 2019, quasi 690 milioni di abitanti del pianeta hanno sofferto la fame, sono circa 2 miliardi le persone esposte a situazioni di insicurezza alimentare, 191 milioni di bambini inferiori ai cinque anni sono denutriti (rapporto «The State of Food Security and Nutrition in the World») e la situazione dal 2014 va peggiorando, giacché «una dieta sana è di gran lunga più costosa di 1,90 dollari USA al giorno».

«Non vedo, non sento, non parlo». Come è possibile non cambiare questo spregevole atteggiamento, specie di fronte alle inedite insicurezze del nostro tempo? 

Alta e insistente si è levata la voce di Papa Francesco con le due autorevoli attualissime Encicliche «LAUDATO SI’» e «FRATRES OMNES», che compendiano l’amore e il rispetto del creato con l’amore e la fraternità universale, entrambe ispirate al poverello d’Assisi a cui ha dedicato il Suo pontificato.

Per logistiche ragioni, è impossibile entrare nella vastità degli argomenti affrontati, ma non ci si può esimere dall’apprezzare il linguaggio chiaro, la descrizione veritiera e la riflessione sofferta sulle realtà, l’espressione trasparente del Suo pensiero, l’intenzionalità di indicare e condividere alcune linee di azione. C’è l’invito a «pensare e generare un mondo universalmente aperto», tramite «il dialogo e l’amicizia sociale»; all’attenzione per «gli ultimi», riconoscendo i diritti e la dignità di ogni persona umana; a divenire «artigiani di pace»; a realizzare quella «fratellanza universale» che nel «Cantico di frate sole» comprende tutte le creature; a coltivare una «nuova cultura costruttiva» e una «politica migliore»; a ripartire dalla «Verità».

Credo che ciascuno di noi, non solo perché cattolico ma in quanto cittadino del mondo, debba sentire il dovere di leggere i testi, riflettere, meditare, agire individualmente e socialmente sulle tracce indicate, tenendo ben presente che siamo corresponsabili del futuro e che «nessuno si salva da solo».

In questo tempo di Avvento, i profeti ci invitano ad aprire e rendere l’animo docile, a seguire la giusta via per accogliere una grande luce (Isaia) e a convertirci cambiando mentalità e stili di vita (Giovanni Battista). Intraprendere un itinerario di conversione implica il rifiuto delle eccessive comodità, della ricchezza, del piacere, del superfluo, per orientarci all’essenziale. Uscire dall’indifferenza, dallo scoraggiamento, dalla sfiducia, dalla mediocrità non è facile, ma non è impossibile se chiediamo al Signore di darcene la forza. «La speranza ci invita a riconoscere che c’è sempre una via di uscita, che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi» (LS 61).  Nuovi cieli e nuova terra non sono riferibili solo all’al di là, cominciano qui con il distacco da ogni mondanità e con l’attuazione della giustizia e della pace; qui, nel nostro cuore, nasce il Regno di Dio: Cristo si è incarnato e non ci lascerà soli.

Il silenzio inconsueto di questo Natale sia un’occasione preziosa per riflettere e sperare, per alimentare il desiderio di stare «insieme». Coscienti che tutto ci è dato dal Padre per condividerlo con i fratelli, consapevoli che nessuno è padrone di niente, neanche della propria vita, fiduciosi chiediamoGli che faccia «nuove tutte le cose».